Tempo ed efficienza

In questi anni si assiste a una ricerca sempre più forte di una maggior produttività personale, ovvero di come sfruttare al meglio il tempo che si ha a disposizione.

Certamente è un’idea affascinante che mi sembra venga alla convinzione che arriveremo ad avere tutto sotto controllo.

I fatti si dimostrano però che questa prospettiva è puramente fantastica perché, proprio in questi anni, il lavoro sta assumendo la caratteristica di perdere i propri limiti temporali. Non se ne abbia a male Keynes che negli anni ’30 aveva ipotizzato che tutti noi, in virtù della inarrestabile crescita economica, saremmo arrivati a lavorare solo 15 ore la settimana.

Probabilmente la sua previsione si sarebbe potuta realizzare se noi, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali e qualcuno di superfluo, avessimo cessato di cercare cose nuove di cui avere bisogno.

Anzi possiamo dire che proprio l’idea Taylorista di efficienza sul lavoro è stata estesa via via anche tutti gli aspetti della vita privata di ognuno di noi. Alla fine anche il nostro tempo libero ha assunto caratteristiche di “efficienza” al punto che non riusciamo più permetterci di fare le cose per il puro piacere di farle. No, abbiamo sempre bisogno di dare una giustificazione di efficienza anche ciò che facciamo nel tempo libero. Ad esempio non si viaggia per il piacere di viaggiare, ma per fare nuove esperienze culturali!

Forse l’unica soluzione possibile è quella di rallentare per il puro piacere di rallentare, accettando il tempo che passa senza risultati efficienti. Accettare questo significa fare i conti con quella che mio parere è l’angoscia che sta dietro al bisogno di efficienza: la paura della morte. Cioè di un tempo in cui le cose, inevitabilmente, non ci vedono più protagonisti.

Reality e realtà

Siamo sempre più pronti a partecipare emotivamente alle vicende dei protagonisti dei tanti reality che popolano le reti televisive.

Ci lasciamo trascinare all’interno di storie costruite per trasmetterci ansie ed emozioni, ma poi tutto finisce lì. Di fronte alla sofferenza quotidiana di coloro che incontriamo per strada rimaniamo indifferenti: come se la nostra capacità di partecipare (perché le emozioni che proviamo anche di fronte a un film sono vere) si esaurisca nella finzione.

#leemozionidelreale

Trading on-line

Ho cercato di spiegare a un signore, che mi ha telefonato, che non volevo un accesso a un sito di trading on-line perché sono consapevole, e numerosi studi scientifici lo confermano, che si tratta di una “trappola cognitiva” che induce a gestire in modo poco riflessivo i propri beni.

Si è molto arrabbiato e mi ha accusato di non volere guadagnare. E’ proprio il contrario:vecchio mio!

Dalla terra alla luna

dallaterraallalunaDalla terra alla luna di Julius Verne è un libro straordinario non solo per aver immaginato il primo lancio spaziale dell’era moderna o per lo stile ironico della scrittura, ma anche per come si muovono e ragionano i protagonisti del racconto.

Il racconto

La storia è ben nota, ma riassumiamola per i pochi che non ricordano:

I membri del Gun-Club di Baltimora, guidati dal prode Barbicane, tutti valenti costruttori di cannoni si trovano di fatto disoccupati al termine della guerra di secessione americana. Non essendoci speranza in una nuova guerra immaginano di confermare la superiorità della loro arma costruendo un cannone così potente da poter lanciare un proiettile fin sulla luna. Proiettile che alla fine si trasformerà in una sorta di capsula spaziale per tre intrepidi esploratori lunari.

Al di là  dei calcoli dell’osservatorio di Cambridge, di quelli per costruire e caricare di polvere da sparo il cannone (a proposito; qualche amante della matematica potrebbe divertirsi veramente nel controllarne l’esattezza!) il racconto si caratterizza per l’estrema certezza che i protagonisti hanno circa il fatto che la scienza e la tecnica siano in grado di affrontare e risolvere velocemente ed efficacemente ogni problema che una tale impresa pone davanti.

Non v’è limite all’overconfidance dell’uomo circa le sua capacità e nessun prezzo è troppo alto.

Non solo la possibilità che i tre viaggiatori non tornino sulla terra, ma anche la morte degli operai nella costruzione delle infrastrutture necessarie al viaggio sono “deplorevoli sventure impossibili da evitarsi”. L’attenzione non va posta, infatti, alla singola persona, ma all’umanità in generale.

Una lettura odierna

Certamente è interessante il fatto che Barbicane e colleghi, grandi costruttori di cannoni, non potendo più sperare in una guerra imminente abbiano pensato di riciclare l’industria bellica in una missione spaziale, scelta certamente più condivisibile rispetto a quella che vediamo realizzare oggi dove la conversione degli armamenti è verso le cosiddette missioni di pace. Rimane il fatto che i soci del Gun-Club non riescono a uscire dai loro schemi mentali: cannoni abbiamo sempre costruito e cannoni continueremo a fabbricare!

Quest’ uomo capace di realizzare ogni cosa ricorda un tema di stretta attualità con il diffondersi di quelle che oggi classifichiamo come transumanesimo, ovvero l’idea che l’uomo diventi creatore di se stesso.  Se il binomio desiderio e possibilità tecnologica non ha limiti, perché non pensare di autocostruirsi?

La sintesi di questo pensiero la possiamo ritrovare nelle ultime parole del volume. Quanto i tre protagonisti si trovano non già sulla luna come nel film “viaggio verso la luna” del 1902 di Georges Mélès, ma ridotti con il loro proiettile spaziale a esserne un satellite. Non c’è disperazione negli amici rimasti a terra perché “fra tutti e tre si portan via negli spazi tutti i mezzi dell’arte, della scienza e dell’industria. Con quest’ultima si fa ciò che si vuole, vedrete che se la caveranno per bene!”.

Il dolce domani

IldolcedomaniIl romanzo Il dolce domani di Russell Banks (1991), edito in Italia da Einaudi (1998) può essere definito un libro polifonico, in cui i personaggi principali si raccontano seguendo il proprio flusso di pensiero, attorno ad una tragedia che ha colpito la popolazione di Sam Dent, una piccola cittadina tra le montagne dello Stato di New York canadesi, sconvolta dall’incidente dello scuolabus che causa una strage di bambini. Sono vent’anni che Dolores, l’autista dell’autobus, passa a prendere i ragazzi del paese con il bus per accompagnarli a scuola. Un giorno, inizialmente uguale agli altri e scandito dalla consueta routine, lo scuolabus precipita in una scarpata a causa del gelo e della neve e muoiono quattordici ragazzi.

Nel racconto, che ha le voci di Dolores Driscoll (che era alla guida dell’autobus), di Billy Ansel (il padre di due vittime dell’incidente), di Michell Stephens (l’avvocato cercherà di convincere i genitori a intentare causa per danni) e di Nichole Burnell (la ragazzina che con la sua testimonianza risolverà la tensione creatasi nella piccola comunità e che giungerà come una redenzione per tutti). All’interno si susseguono le testimonianze di alcuni abitanti della cittadina che devono ogni giorno affrontare il vuoto lasciato dai figli morti.

Ogni personaggio che racconta i propri vissuti descrive diverse sensazioni e diverse strategie per affrontare tale situazione di emergenza: c’è chi cerca di rimuovere l’accaduto per tornare alla normalità precedente; c’è chi cambia città per non avere più vivi e presenti i ricordi delle persone perse; c’è chi preso dalla disperazione di non voler accettare ha realtà si nasconde con l’uso di sostanze e chi cerca rifugio nella fede per trovare una ragione a quanto accaduto.

L’autore, lasciando parlare in prima persona i protagonisti della tragedia, permette al lettore di identificarsi con loro e quindi di comprendere meglio le emozioni da loro provate. Come, Wendell Walker, coinvolto dalla tragedia scrive: « … l’opaco sguardo vitreo di un uomo che ha appreso da poco della morte di suo figlio. E’ il viso di una persona che è passata al di là della vita e non pensa più nemmeno a guardare dalla nostra ……. Al momento della morte del figlio, l’uomo lo segue nell’oscurità, come se facesse un ultimo tentativo di salvarlo» (pag. 97).

Da queste righe si può capire come i familiari, anche loro vittime dirette dell’incidente, si sentano ‘’morti dentro’’ e provino un senso di colpa per non essere stati presenti e vicini ai loro figli anche in questo triste momento.

L’irruzione di un evento tragico ed imponderabile, tanto più in assenza di responsabilità evidenti ascrivibili a qualcuno, mette la comunità a nudo di fronte alla constatazione di aver smarrito il senso del suo essere popolo. Una comunità che si ritrova come sospesa sul vuoto: la quotidianità precedente, caratterizzata da tranquillità, lascia il posto ad una collettiva disperazione per il fatto accaduto che rompe qualsiasi ritmo precedente.

La cittadina viene presentata come svuotata della sua anima; ora i suoi abitanti, e soprattutto i genitori del bambini morti, sono isolati nel loro triste destino e non riescono più a trovare quella serenità che prima la cittadina assicurava loro. Come dice Billy Ansel: «Le persone che hanno perduto i loro figli … si contorcono, assumendo le forme più strane per negare ciò che è accaduto. Non solo per via del dolore di perdere una persona che amavano (perdiamo genitori, compagni, amici, e per quanto possa essere doloroso, non è la stessa cosa), ma perché quello che è accaduto è così perversamente innaturale, così contrario al necessario ordine delle cose che non possiamo accettarlo. E’ quasi impossibile credere  o comprendere che i figli debbano morire prima dei genitori. … E’ l’opposizione estrema. Un paese che perde i suoi bambini perde il suo senso»(pag. 72).

Solo la testimonianza che Nichole farà, durante l’udienza preliminare, permetterà alla situazione di evolversi e agli abitanti di Sam Dent di ricominciare a vivere.

Nichole che pure destinata ad un’esistenza in sedia a rotelle, a causa dell’esito dell’incidente, non riusciva a superare il senso di colpa per essere sopravvissuta, tanto da dire: «chiunque mi avesse visto avrebbe subito pensato ai bambini che non c’erano più, ai bambini che non erano stati fortunati come me e magari mi avrebbero perfino odiata per quello».

La complessità della situazione personale è ben rappresentata anche dall’atteggiamento dell’avvocato Stephens che interrogato sul senso del suo lavorò dirà: «… il mio compito è di rappresentare solo la loro rabbia, non il loro dolore» (pag. 109). Che è poi quello che il ricorso alla giustizia attiva in queste circostanze: dare sfogo alla rabbia, ma anche rischiare di imbrigliare il manifestarsi del dolore. Un dolore che poi non si scioglie nel tempo, ma viene rinfocolato ogni qual volta, anche a causa dell’estrema lunghezza dei processi, viene riattivato nelle aule dei tribunali. Assistendo a queste scene si ha volte l’impressione che il modo in cui si muove la giustizia non permetta mai a queste persone di morire veramente e ai loro famigliari di elaborare fino in fondo il loro lutto.

In fondo è proprio da questo che Nichole ha salvato gli abitanti di Sam Dent: «Quella ragazza ha salvato questo paese da cento cause un tribunale» (pag. 219). Non importa se per farlo Nichole ha mentito, se la verità la conoscono solo lei, Dolores (che rimarrà l’unica responsabile dell’accaduto) e Billy Ansel, l’importante è che il paese possa vivere “un dolce domani”.