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Amo in modo particolare le opera di José Saramago (premio Nobel per la letteratura 1998) perché ha la capacità di mettere continuamente in discussione le mie certezze. Questo non lo fa per puro spirito di contraddizione, ma, molto più sottilmente modificando il punto di vista, mostrandomi così la realtà in modo nuovo, inconsueto. Questo modo di scrivere mi costringe a interrogarmi, a uscire dai quadri mentali consolidati. Mi sfida ad accettare la crisi della perdita di certezza e mettere in moto la mia plasticità cerebrale: viatico sicuro per il cambiamento.

Questo lo fa anche attraverso quest’opera “Le intermittenze della morte” del 2005, Einaudi, pagine205.

Qui la protagonista è la morte stessa che, forse sulla base di un accurato sondaggio di opinione come si userebbe adesso, decide che da un certo momento in poi, in un non meglio identificato Paese, non morirà più nessuno: uno dei miti moderni non è forse quello di raggiungere l’immortalità?

All’euforia iniziale subentrano poi una serie di problemi di carattere sociale: come facciamo di tutte le persone che non muoiono, dove le mettiamo? Che ne facciamo delle compagnie assicurative, delle agenzie di pompe funebri e via discorrendo che rischiano il fallimento? E le pensioni di vecchiaia, a questo punto diventano eterne, chi le finanzia?

La rivolta contro questa decisione monta, cosicché, sette mesi dopo, la morte decide di recedere, per andare incontro a un altro dei miti moderni: sapere tutto del proprio destino, finanche il momento della morte.

E allora al prossimo morente arriva una busta viola indicante il momento della morte. Con frasi del tipo “Cara signora, sono spiacente di comunicarle che la sua vita terminerà alla scadenza irrevocabile e improrogabile di una settimana, le auguro di approfittare al meglio del tempo che resta, la sua attenta che l’editrice, la morte” (pag.133).

Non c’è modo di scoprire chi le invia e come arrivino: le buste giungono inesorabili, angoscianti.

Si tratta di un lavoro lungo e difficile per la morte, ma lo fa con pazienza e attenzione, finché un giorno scopre che un destinatario delle sue lettere non muore: un errore del postino (anche in questo Paese il servizio postale aveva i suoi problemi), un errore nell’indirizzo?

La morte non sa, non comprende. E allora decide di portare di persona la busta al destinatario: un violoncellista che “si rifiutava di morire”. Per farlo prende le sembianze di una donna e va ad ascoltarlo a teatro, mentre suona.

Nel farlo sente il desiderio di scoprire qualche cosa di più della vita, di quella vita che lei è abituata togliere, ma che scopre di non conoscere affatto. E lo farà fino a conoscere l’amore per questo sconosciuto.

Certo una trama assolutamente irreale, ma forse non irreale anche il nostro desiderio di vivere in eterno, magari affidandoci al potere amico della scienza? Saramago ci mostra un’altra via: quella della curiosità per le piccole cose, per le relazioni interpersonali; che è in fondo la capacità di abbandonarsi anche a quello che non comprendiamo fino in fondo. Che poi è quello che fa la morte accettando il mistero dell’amore verso quell’uomo: “La morte tornò a letto, si abbracciò all’uomo e, senza ben capire quel che le stava accadendo, lei, che non dormiva mai, sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre: il giorno seguente non morì nessuno”. Che sono poi le parole che aprono il racconto, ma che qui acquistano un significato del tutto diverso: non è più il rifiuto della morte, ma il suo superamento come momento di angoscia.