In questi anni si assiste a una ricerca sempre più forte di una maggior produttività personale, ovvero di come sfruttare al meglio il tempo che si ha a disposizione.

Certamente è un’idea affascinante che mi sembra venga alla convinzione che arriveremo ad avere tutto sotto controllo.

I fatti si dimostrano però che questa prospettiva è puramente fantastica perché, proprio in questi anni, il lavoro sta assumendo la caratteristica di perdere i propri limiti temporali. Non se ne abbia a male Keynes che negli anni ’30 aveva ipotizzato che tutti noi, in virtù della inarrestabile crescita economica, saremmo arrivati a lavorare solo 15 ore la settimana.

Probabilmente la sua previsione si sarebbe potuta realizzare se noi, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali e qualcuno di superfluo, avessimo cessato di cercare cose nuove di cui avere bisogno.

Anzi possiamo dire che proprio l’idea Taylorista di efficienza sul lavoro è stata estesa via via anche tutti gli aspetti della vita privata di ognuno di noi. Alla fine anche il nostro tempo libero ha assunto caratteristiche di “efficienza” al punto che non riusciamo più permetterci di fare le cose per il puro piacere di farle. No, abbiamo sempre bisogno di dare una giustificazione di efficienza anche ciò che facciamo nel tempo libero. Ad esempio non si viaggia per il piacere di viaggiare, ma per fare nuove esperienze culturali!

Forse l’unica soluzione possibile è quella di rallentare per il puro piacere di rallentare, accettando il tempo che passa senza risultati efficienti. Accettare questo significa fare i conti con quella che mio parere è l’angoscia che sta dietro al bisogno di efficienza: la paura della morte. Cioè di un tempo in cui le cose, inevitabilmente, non ci vedono più protagonisti.